Crea sito
Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Posted by on Giu 14, 2018 in Interviste |

“L’INTERVISTA del Mercoledì”: Lo Zoo Di Berlino feat Ivana Gatti = “STEREOCOSMICA”

Ricordo di aver ricevuto una mail di informazione, come tante altre, ma tra i nomi che il documento riportava in merito ad un evento curato dal MEI, il loro nome non mi è passato inosservato e, sì, lo confesso, la domanda mi è sorta spontanea: “Zoo di Berlino? Chissà cosa c’è dietro questo nome! E Ivana Gatti…Approfondiamo”. E così sono arrivata a loro ormai svariati mesi fa, altre settimane sono trascorse in mezzo prima che riuscissi a coordinare la spina dorsale dell’intervista (per affollamento di impegni) e altri giorni (tanti) prima di riuscire a chiuderla. Finalmente ci siamo. Sono davvero felice di ospitarli in Musica Ribelle e suggerirvi la loro musica.

Così il loro management descrive Lo Zoo di Berlino ” Rivelazione della scena indipendente italiana, è un trio rock, basso / batteria / piano elettrico “preparato”, senza voce e chitarra,che mescola momenti esplosivi con episodi melodici, passando dal miglior prog al post-rock”

Così invece Ivana Gatti “Si è formata come cantautrice collaborando con Gianni Maroccolo nell’esperienza IG, supergruppo italiano con elementi provenienti tra gli altri da Litfiba, CSI e Marlene Kuntz. Progetto con il quale ha avuto modo di affiancare Franco Battiato, Claudio Rocchi, Cristiano Godano e Lorenzo “Jovanotti” Cherubini”

Decisamente particolari i loro percorsi che si prendono poi si lasciano e poi…ritornano…a volte!

L’occasione è nata dalla presentazione appunto di questa collaborazione 3D tra l’istrionica Ivana Gatti e il combo prog-post-rock Lo Zoo di Berlino che ha prodotto “STEREOCOSMICA
Dal 30 giugno per ZdB il loro primo album collaborativo

La prima stampa di ‘Stereocosmica‘ sarà venduta con degli occhiali 3D marchiati ZdB
per massimizzare l’esperienza cosmo-psych-pop, pensata dal fotografo Gabriele Maschio per ‘Stereocosmica’.

E visto che di domande ne ho messe insieme una sfilza, direi di ‘aprire le danze’

In un contesto sociale come quello attuale in cui si viene sommersi dalle parole, in cui sembra non esserci più spazio per i silenzi, voi come “Lo Zoo di Berlino” siete riusciti ad avere successo senza utilizzare chitarra e voce. Decisamente particolare il vostro successo se lo si inserisce in un movimento dai connotati pop, oltre che post rock. Come ci siete riusciti, visto che siete considerati la band rivelazione della musica indipendente italiana?

La motivazione iniziale che ci ha spinto a togliere i 2 elementi fondamentali del classico gruppo rock è stato: cosa possiamo inventarci di nuovo pur stando dentro la cosiddetta scena rock? Ci siamo dunque messi nella condizione di produrre musica e suono, dandoci dei limiti. Poi in seconda istanza è sopraggiunta anche la consapevolezza da te intuita, cioè che in un epoca molto verbosa, di parolai a tutto spiano, abbiamo preferito mettere al centro dell’attenzione il suono e comunicare con delle sensazioni. Di cose da dire in realtà ne avremmo tante, ma farle emergere dentro questo vociare, sembra rimanerci difficile.

Il vostro nuovo album “Stereocosmica”  vede anche la partecipazione di Ivana Gatti, cantautrice di grande talento e dallo stile inconfondibile. Com’è nata questa collaborazione? E’ forse l’ultima artista in ordine cronologico ad aver arricchito il progetto “Lo Zoo di Berlino”?

Ad ora si (anche se stiamo lavorando già ad altre collaborazioni) è l’ultima artista cronologicamente che ha arricchito il nostro percorso che è sempre in continua esplorazione.

La collaborazione viene da lontano. Al momento del debutto di Ivana, che aveva fondato con Gianni Maroccolo un supergruppo, IG, formato dai musicisti dei LITFIBA, CSI, MARLENE KUNTZ, abbiamo avuto modo di poter collaborazione dal vivo. Da quell’esperienza è rimasto un bel legame amichevole ed artistico, sia con Gianni che con Ivana e come si è posta l’occasione ci siamo messi al lavoro su quello che poi è diventato “Stereocosmica”.

Quali sono le caratteristiche vocali e di pensiero che ha fatto di Ivana Gatti l’interprete ideale per questa produzione?

Fuori da ogni retorica Ivana a nostro avviso è una  delle poche cantanti italiane che sa cantare e che fa un utilizzo sobrio della voce:  non urla, non gorgheggia di continuo e tiene l’intonazione come poche. Ha inoltre un istinto musicale che a noi è sempre piaciuto: basta un suo frammento, anche solo un piccolo tema di pochissime note che noi iniziamo subito ispirati dal suo sviluppo.

Produzione che tra le altre cose vede una partecipazione totale della Gatti, perché non solo ne è la voce, ma anche coautrice insieme a Marcello Ravesi.

Come già accennato precedentemente le intuizioni musicali, frammenti di melodie o armonie sono gli elementi che più ci interessano di Ivana. Anche se i nostri background musicali sono molto diversi, quel che compone Ivana come si suol dire è proprio nelle nostre corde. Spesso accade che Ivana vorrebbe approdare altrove musicalmente (a volte è anche motivo di confronto e sfida per capire dove possiamo spingerci) e durante questi confronti emergono le differenze culturali, chiamiamole così. Ma poi quel che propone o quel che proponiamo noi a lei trova una sintonia perfetta tra entrambe le parti.. Marcello Ravesi insieme al suo gruppo “L’ipotesi di Aspen”, fa parte del Consorzio d’artisti che abbiamo ideato, questo macrolaboratorio dove si sperimenta in forma collettiva la produzione musicale, sia artistica che esecutiva. Ed anche in questo caso la capacità sia di Marcello che di Ivana ad integrarsi in un gruppo di lavoro, ha prodotto a nostro avviso degli ottimi risultati dal punto di vista poetico.

Recensioni direi fantastiche sono state scritte su di voi come Zoo di Berlino. Quali sono state quelle in cui vi riconoscete meglio?

Diremmo tutte, davvero tutte. Ogni giornalista ha colto elementi diversi tra loro che hanno caratterizzato i nostri lavori, sia come combo che nei rispettivi percorsi dei side project che amiamo ideare. Se proprio dovessimo scegliere diremmo quelle dove emerge nella critica il coraggio, l’innovazione e il non rimanere dentro gli steccati.

Siete giovanissimi di costituzione, nonostante questo, il vostro lavoro è molto marcato, il vostro stile, i vostri concetti lo sono altrettanto. Cosa volete trasmettere al pubblico (integralmente)?

La solidità del progetto a cui fai cenno, o forse la personalità del gruppo, nasce dal fatto che abbiamo avuto dei grandi Maestri, che ci hanno “imposto” di maturare in cantina e di misurarci con tutta una serie di esperienze sia in ambito artistico, fatto di studio, ricerca ed esercizio, sia a livello produttivo dove abbiamo potuto lavorare  dal vivo e in studio in numerosi altri progetti, che dietro le quinte manageriali.

Questo dunque è il frutto del nostro percorso “formativo” che, se inizialmente poteva sembrare in controtendenza storica, rispetto alla velocità dell’epoca odierna, ora ne capiamo il valore.

Pertanto quello che vogliamo comunicare è proprio questo: c’è un arte nel fare le cose ed ha suoi tempi.

Oggi tutto sembra orientarsi  a marketing e fenomeni di costume, da hype social, ma poi dal punto di vista musicale c’è molto poco. Noi apparteniamo ad un’altra cultura. I nostri Maestri sono stati e sono tutt’ora: Dario Fo, Patrizio Fariselli degli AREA, Vittorio e Gianni Nocenzi del BANCO, per certi versi anche lo stesso Gianni Maroccolo…capisci? Non riusciamo a non pensare la musica come un operato artigianale.

Ci preme dire che non vogliamo dare istruzioni a nessuno, non pontifichiamo nulla, ma abbiamo il nostro percorso, che ci piace da morire,  e lo trasmettiamo: chi lo coglie ci gratifica e noi cerchiamo di gratificare loro.

Dall’inizio ad oggi in ogni vostro lavoro emerge un ‘senso’, quello della dualità. Anche in questo ultimo ‘Stereocosmica” lo si intravede, attraverso l’unione di un gruppo strumentale che intende fare musica con una voce. Perché quindi, se il mio di ‘senso’ non è sbagliato, questo aspetto dualistico che permea la vostra produzione?

Ciò nasce in maniera molto naturale, è la dimensione in cui viviamo che è duale: è lo scorrere dell’acqua, le cose vanno dall’alto verso il basso, il calore passa dal corpo più caldo a quello più freddo ecc.

E’ una sorta di “legge” universale quello dell’equilibrio fra le parti. Così dall’osservazione di questo fenomeno spontaneo abbiamo dedicato e dedichiamo sempre una certa attenzione al momento della produzione.

 Di cosa siete maggiormente orgogliosi in quanto Lo Zoo di Berlino?

Diremmo di tutto. In particolar modo di aver trasformato la nostra passione in mestiere che ci dà da vivere, facendo quel che più ci piace, senza ripiegare su proposte per così dire allineate, ed essere dunque liberi.

In questo, essere figli di quest’epoca è molto vantaggioso rispetto a 40 anni fa, negli anni ‘70, quando nacque il circuito rock in Italia. Internet, la riduzione di costi ed ingombri della tecnologia per produrre musica, agevolano ogni tipo di percorso. Oggi con poche migliaia di euro puoi dotarti in casa di tecnologia di altissimo livello ed è una grande opportunità e liberazione, quella di produrre in autonomia.

 Il fatto stesso di definirvi  ‘Zoo’ probabilmente si lega a tutto ciò che si è detto sin’ora…

Si, l’idea dello ZOO dove ci sono tante razze animali, ma strette in un unico mondo, unito e compatto, era una figura retorica che ci ha sempre affascinato

 ....e di Berlino…perché?

Berlino perché oltre al chiaro rimando al testo e film su Christiane F, è un città cerniera, che per tanto tempo è stata divisa in due e teneva al suo interno due mondi, due visioni, quelle occidentale e quelle orientale (vedi come torna il dualismo?). Dentro queste contraddizioni Berlino è stata e per certi versi lo è ancora, una capitale europea dove si è sviluppata una creatività importante che ci ha sempre affascinato.

Cosa chiedereste al mondo musicale oggi? O siete soddisfatti di ciò che vi ha dato sin’ora?

Non pensiamo che il mondo musicale debba darci qualcosa. Forse noi dobbiamo dare e dire qualcosa affinché esso se ne renda conto e cominci dunque, proprio come ora, a dialogare con noi.

Se proprio dovessimo fare delle richieste esse sarebbero più rivolte a dimensioni politico culturali, non solo indirizzate agli operatori musicali, ma un po’ a tutti trasversalmente e chiederemmo un po’ più di coraggio, intraprendenza, incoscienza, voglia di rischiare. Tempo fa, non so se hai avuto modo di vederlo, girava su facebook un vecchio video di Frank Zappa che raccontava dell’industria musicale degli anni ’60 e da chi fosse gestita. Diceva che all’inizio dell’era dell’industria musicale pop, negli anni ’50/’60 c’erano dei tipi che non sapevano quel che stavano facendo ma hanno provato (la generazione nata agli inizi del ‘900 e che usciva da due guerre devastanti).Grazie a questa  curiosità e a tentativi incoscienti nel provare dei prodotti,  sono state date opportunità a neonati Beatles, Beach Boys, Led Zeppelin, lo stesso Frank Zappa, tutto il jazz o be bop, Pink Floyd e tutti i nomi storici ed importanti che tutti conosciamo. Poi, dice Zappa, sono arrivati quelli esperti del marketing, della comunicazione e che sapevano tutto di economia e bilanci…

Vi  presentate come ‘combo’, ovvero combinazione, cosa combinata, unione o mescolanza di più cose o ingredienti e in particolare, piccolo complesso di musica jazz. Mi parli di queste combinazioni?

Ci sembrava una definizione semplice e veloce proprio per comunicare l’aver messo insieme diverse esperienze, storie ed appartenenze.

Torniamo a “Stereocosmica”.  Il pubblico cosa dovrà aspettarsi da questo lavoro? Qual’è la peculiarità che lo rende imperdibile ed ancora attuale?

“Stereocosmica” è un album che ha bisogno di più ascolti. E’ ricco di suoni, di ambientazioni, non sempre immediati. Deve essere metabolizzato. Per questo rimane sempre attuale.

I vostri progetti futuri?

A parte prendere il Governo del Paese (questa la diciamo sempre ma siamo molto impegnati!), stiamo lavorando al prossimo album, a nome unico “Lo ZOO di Berlino” che uscirà probabilmente in autunno.

E’ un album speciale, di cover, un tributo al rock italiano anni ’70, di cui siamo veri cultori, dove per ogni brano abbiamo ospitato i membri originali delle band omaggiate.

Poi siamo al lavoro con un’altra cantautrice, Viola Nocenzi (siamo amanti delle voci femminili). Stiamo realizzando la produzione insieme a suo zio Gianni Nocenzi, fondatore, con il fratello Vittorio, del grande gruppo italiano Banco del Mutuo Soccorso.

Quanto ha inciso la vostra terra sulla vostra musica?

Crediamo molto, anche se si tratta di una consapevolezza che abbiamo maturato man mano. L’Italia ha una ricchezza culturale, una tradizione molto grande e variegata, che si distingue molto bene dall’approccio blues tipico anglo-americano (come ben sappiamo tutti, data dalla forte presenza delle comunità nere a causa delle deportazioni dell’800). Anche contaminati dai nostri ascolti di musica straniera è riconoscibile una certa mediterraneità, soprattutto nei nostri side project fatti di canzoni.

Avete un ‘bandiera’, un motto, un ‘pensiero’, che segna le vostre azioni?

Nasciamo ed operiamo nell’epoca, fortemente inglesizzata, del net-working, co-working, crew, dello sharing: noi amiamo molto tutto ciò, perché amiamo la forma collettiva, il produrre insieme, la condivisione pura, per la gioia di stare insieme per vivere dei grandi giorni, ma anche per imparare perché siamo vogliosi di conoscenza. Ma ci piace molto di più l’aspetto fisico a quello virtuale. Il pensiero sotteso ad ogni nostro lavoro è dunque quello della rete, del fare rete.

Anche se per voi non è una novità, visti i precedenti lavori ed il vostro pensiero musicale d’insieme, come vi siete trovati pertanto a collaborare con così tanti musicisti, d’estrazione diversa, di generazioni diverse? Cosa avete imparato?

Che se si vuole fare musica c’è un solo modo di farla: con competenza. Questo al di là dei generi o stili musicali. Anche nelle cose più radicali, nel noise ad esempio, o nella no music, no sound, deve esserci sempre un pensiero da comunicare e porsi la questione di rivolgersi a qualcuno a cui è indirizzato il proprio pensiero.